I versi sono i nostri figli. I nostri figli sono
più grandi di noi perché vivono di più, più a lungo.
Più vecchi di noi, vengono dal futuro.
È per questo che a volte ci sono estranei.

Marina Cvetaeva
Il poeta e il tempo

Dalla prefazione di Gianfranco Lauretano a “Il tuo amore mio”, Raffaelli Editore, Rimini, 2019

A leggere le poesie di Giancarlo Biondi si ha il senso d’una discrezione dell’io. Una vera rarità tra i poeti, soprattutto contemporanei. Non che non siano messi in scena un “io” e un “tu”, fin dal titolo intrigante del libro e in numerosi altri casi: “Mi sono messo a vivere.//Ti amo senza me”. Ma, nonostante una presenza costante, non lo sentiamo come un “io” ingombrante. Anzi è manchevole: amato più che amante, scritto più che scrivente, come afferma il testo che potrebbe essere considerato una dichiarazione di poetica dell’autore: “O poesia:/io non so scriverti:/sei fatta da te”, dove il vocativo, così distante dal tono dimesso e rigoroso di queste poesie, potrebbe persino contenere una filigrana d’ironia, in controtendenza ancora una volta rispetto al resto dei testi, in cui pare prevalere un segreto retaggio di innocenza, quasi un’ingenuità. Ma “quasi”, appunto; a ben vedere, appena si è resa attenta la lettura, dalla voce dell’autore emerge una coscienza poetica consumata e concentrata.

Da “Il post-dialetto di Giancarlo Biondi”, di Davide Argnani in occasione della pubblicazione di diciotto poesie in dialetto romagnolo con il titolo “Gratis” sulla rivista Tratti n. 75, Mobydick Editore, Faenza, 2007

Anche se la poesia nasce come testo orale, non si può ignorare che essa assolva compiti della lingua scritta, almeno in funzione della propria memoria storica. La scrittura di Giancarlo Biondi ha una propria grätia, una attrattiva che rapidamente sa trasformarsi nell’ablativo plurale grätiis, per cui, in un lampo, si allontana dal dire consueto, quello orale, incidendolo nella scrittura per creare armonia alla espressione linguistica. È questa rimozione del cordone ancestrale-orale a offrire ai versi fulminei e ben dosati di Biondi un carattere nuovo e vivo. È quindi ben chiaro perché l’autore abbia scelto di concentrare il motivo dei suoi versi nella sola parola Gratis, una voce latina, come lui stesso la definisce, con grazia e bellezza di frasario e una singolare dimensione grafica ben assodata, con in più una consapevole gratuità dell’essere dono della lingua, come dimostrano, appunto, suoni sillabe segni volteggi e aforismi metaforici delle sue composizioni. Ne nasce così una lingua post-dialettale, ossia un meta-dialetto oltre il comune parlato, senza tradirne l’origine.